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E’ ora di andare a Betlemme
Sappiamo come sono andate le cose per Myriam, Giuseppe e Gesù che stava per nascere. Non c’era posto in paese. Era come se il Figlio di Dio preferisse uscire dal suo Palazzo vivente (Maria) lontano dal mondo del peccato. Così in una grotta, sua mamma, con la riservatezza di una vergine, non si doveva sentire imbarazzata a partorire fra il chiasso di questo mondo, fra tanta gente.
Mi è difficile sorvolare su questo momento senza una pausa per restare con Myriam e Giuseppe in adorazione del Dio neonato.
Mi permetto qui di inserire il testo di un uomo che non solo non è un santo, non è neanche un uomo della Chiesa, ma le sue parole possono inserirci nel Mistero del Natale.
È durante la seconda guerra mondiale che, nel campo di concentramento di Treviri, un ateo, il francese Jean Paul Sartre, definito il “filosofo della nausea”, sulla spinta di un’autentica ispirazione e sollecitato dai sacerdoti prigionieri del lager, dà voce allo stupore del cuore di Maria e scrive:
Ciò che bisognerebbe dipingere sul viso di Maria è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno, e il suo latte diventerà sangue di Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là! E si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tutte le madri sono così attratte a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è il suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. E nessun donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in questi momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride. Questo è tutto su Gesù e sulla Vergine Maria”.
E per completare il mosaico, scrive, riguardo al ruolo del suo sposo Giuseppe:
“E Giuseppe? Giuseppe, non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al pagliaio e due occhi brillanti. Poiché non so cosa dire di Giuseppe e Giuseppe non sa che dire di se stesso. Adora ed è felice di adorare e si sente un po’ in esilio. Credo che soffra senza confessarselo. Soffre perché vede quanto la donna che ama assomigli a Dio, quanto già sia vicina a Dio. Poiché Dio è scoppiato come una bomba nell’intimità di questa famiglia. Giuseppe e Maria sono separati per sempre da questo incendio di luce. E tutta la vita di Giuseppe, immagino, sarà per imparare ad accettare”.